Cultura

Recensione Dulce est (È dolce per la patria morire nelle tenebre)

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Dulce est (È dolce per la patria morire nelle tenebre)

03:43 – venerdì 17 luglio 2009

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Dulce est (È dolce per la patria morire nelle tenebre)

È un dolce camminare nel vuoto, nella solitudine, nella disperazione amara di chi non ha nemmeno più la forza di dichiararsi sconfitto: tenendosi per mano, teneramente e poveramente uniti in un viaggio nell’al di là che non ha motivazioni razionali o ragioni condivisibili. Lui e lei, sul ponte, al freddo: nessuno ne sentirà la mancanza, nemmeno la figlia. Si buttano nel fiume, nel glorioso fiume Danubio, lasciando la Germania della Bmw e della birra, dei monti e delle salsicce. Per loro non c’è spazio: con un gesto delicato lei si soffia il naso, lui batte i piedi in terra per il freddo, poi saltano…

Parte da questa suggestione Dulce est (È dolce per la patria morire nelle tenebre), di quel genio spiazzante e destrutturato che è Herbert Achternbusch, messo in scena al Teatro del Vascello di Roma da Werner Waas con Gabriele Benedetti, Lea Barletti e un gruppo di giovani allievi di un laboratorio fatto attorno allo spettacolo. Waas, con la compagnia Quellicherestano, aveva già affrontato la scrittura apparentemente sconclusionata e «improduttiva» di Achternbusch, allestendo, anni fa una edizione di La rana dal sapore aspro di osteria. Ora vi torna, con questo testo che lascia un senso di spaesamento, di desolata frustrazione: il teatro di Achternbusch è un magma sotterraneo di disperazioni ironiche, di allucinate fragilità, di aspiranti suicidi che brindano alla sopravvivenza.

Smettere di correre, dunque, o rinunciare a qualsiasi competizione, è necessario per capire i drammi quotidiani di questo artista dissipatore di sé. Achternbusch dipinge, scrive, racconta: ma soprattutto si spoglia, con disgustata ferocia, di ogni possibile difesa. Si fa rovina, reperto, fossile – appunto – di una archeologia «industriale umana», in cui sceglie i suoi personaggi. Barletti e Benedetti, già apprezzati in precedenti prove della compagnia, danno vita a questi due «esserini» travolti dalla ridondanza retorica dell’occidente industriale, sconfitti e messi a nudo in un viaggio agli inferi che è un lento e doloroso parlare a vuoto, tra sogno e allucinazione. Piccoli gesti di affetto, ricordi e visioni mistiche – con un Gesù tutt’altro che classico e un angelo sospeso in aria, che è una parodia irriverente dell’Ariel strehleriano di Giulia Lazzarini – in una scena vuota come un hangar, al di sopra della quale campeggia un neon molto kitsch che riporta la scritta Dulce est pro patria mori in tenebris. E la Patria, allora, il mito retorico per eccellenza, svuotato di senso proprio per la reiterazione sterile di valori senza fondamento, carichi di violenza, e di ottusità, diventa qui il motore immobile che macina esistenze e dignità. Non resta che accettare lo spreco della propria vita, buttarsi al fiume, tenendosi per mano: scarti di un mondo opulento e produttivo, teneri frammenti di umanità che si aggrappa alle parole per dare un senso ultimo ai propri sentimenti.

Nelle volute del flusso verbale di Achternbusch, il regista Werner Waas – da sempre attento agli umori della drammaturgia contemporanea – trova codici adeguati a una estetica, maturata nel tempo, di sistematica de-strutturazione, di personalissima anti-teatralità che si manifesta, paradossalmente, in un omaggio costante al teatro e agli attori. Anche in Dulce est, dunque, Waas forza il senso di decadente e (auto)ironica contemplazione del vuoto, o della frenesia sterile dell’oggi: negli abissi di solitudine si può, come scrive Achternbusch, «appendere la realtà alla fantasia» e scappare, nudi, in groppa a un irreale cavallo bianco…

di andrea porcheddu

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