Cultura

Intervention Divine’ Il Primo Film Palestinese In Concorso A Cannes

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Il film è stato subito accolto con un grande applauso della critica

CANNES – Come vive un palestinese a Gerusalemme o Nazareth? È soffocato da un tale clima di violenza che per sopravvivere può solo sognare: magari di far esplodere un tank israeliano, di superare un check point con un trucco, di sperare che una guerriera palestinese in stile Ninja sconfigga i nemici. Lo racconta, con ironia amara e surreale,

«Intervention Divine» il film di Elia Suleiman, primo palestinese mai arrivato in concorso a Cannes

. Scritto, diretto e interpretato da Suleiman, quarantenne nato a Nazareth e vissuto a Gerusalemme, «Intervention divine» è stato accolto dall’applauso della stampa, così come il suo autore, bersagliato da domande politiche. «La situazione a Gerusalemme oggi – dice Suleiman – non è cambiata, è letteralmente degradata: ad un check point dove c’era un arresto oggi c’è un cadavere. In Israele un palestinese vive quasi come un prigioniero, a volte non può uscire di casa. È una forma di fascismo pesante e pornografico. Io però non sono un politico, non sono pragmatico e quindi sono libero di pensare che le tragedie di oggi siano la conseguenza degli accordi di Oslo firmati da Arafat: da quel momento non sono stato d’accordo su nulla di quello che il leader ha fatto. Il mio sogno è un altro: l’abolizione di stati e bandiere, sia israeliani che palestinesi, e una terra in cui i due popoli possano circolare liberamente. Lo stato è potere e il potere è corruzione».

Per questo «Intevention divine» è un film sospeso tra realtà e sogno, umorismo e tragedia, cronaca e ironia

. È la storia di E.S., un uomo che vive a Gerusalemme e si divide tra le visite al padre, che sta a Nazareth, e quelle alla donna di cui è innamorato, una palestinese di Ramallah (la bellissima Manal Khader). I due sono costretti a vedersi in uno spazio a lato di un posto di blocco che la donna non può superare. «Quando ho girato il film – spiega Suleiman – il posto di blocco era una scenografia creata da noi, oggi è una realtà. Purtroppo è un film profetico. Si capiva anche dal fatto che non si poteva girare in Palestina: ogni volta che stabilivamo un set per girare arriva qualcuno che sparava» (Suleiman lo dice giocando sul termine ‘to shoot’, ‘sparare’ ma anche ‘girare un film’).

In una comunità di Palestinesi passivi, repressi e dunque litigiosi anche tra loro, la sola via d’uscita è l’ immaginazione. Con la sua faccia da Buster Keaton e lo stile alla Jacques Tati, Suleiman racconta una realtà tragica facendo speso ridere. Il protagonista lancia un pallone con il volto di Arafat al di là del posto di blocco («capo che facciamo lo abbattiamo»? – chiede un militare israeliano -); la donna si trasforma in guerriera Ninja e fa fuori un gruppo di israeliani resistendo anche all’attacco di un elicottero. «Quando si vive un’esperienza di repressione come quella dei palestinesi in uno stato quasi fascista come Israele – dice Suleiman – si fa ricorso all’immaginazione.

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